The doom of a genius: Lars von Trier

I watched some of Lars von Triers’ movies (Dogville; Melancholia, Europa), and I recognize he is a genius. I didn’t watch all by him, because I am moderate and I like to swallow it with calm. His tales combine innovative technique with a long narration which have the opposite outcome of the long novels written in 19th century by the best. You don’t realize what he wants to say until the end and you really don’t feel the time passing meanwhile. His tales are portraits full of details with wide spaces of dark emptiness, like in a Caravaggio’s canvas. Instead of non-sense, it is always an engine of comprehensive sense-making. He is able to force us to reflect upon what we would like not to realize.

The statement about Jews people and Hitler shocked me because I couldn’t find any sense in it. I understand to make some critics on the state of Israel (there is always some coolness in it, especially if you want to be a principled lefty intellectual), but he was looking for clash. Neither he looked neo-nazi, which is even worse since it is more shocking. It looked he was vomiting some rancid staff he had there for a long long while. If I make the effort to give a sense to that I can only let emerge two explanations: his personal experience of a not-biological Jewish father; the not accomplished step we made as European toward modernity and universal rights (the Belfour Declaration of 1917 was a declaration of defeat because it saw Zionism as a solution of a problem, while to me the problem was believing that Jewish communities are a problem. But this will be a different post).

What he said today only makes me sad. This man, who I imagined old and noble as the “von” would suggest, is a unhappy man who is slave of his geniality. He is slave of the idea to be creative under the circumstances to be impaired by drugs. May be this is due to the fact that his mother wanted him to be an artist, or so (he is biologically son of a “creative” father and the mom wanted proper DNA… not that of her Jewish partner). May be he is just making statements for his career’s sake.

May be he is only a person who is compelled to be “free” to see things in a different perspective, paying prize from one side, and cash in some glory on the other side.

Far from me to understand psychology, nor policies to help people with alcohol records.

Whatever to have or have not the “von” in the middle, I can only hope Trier (let’s be moderate all the way and let’s call him with the last name only) will write and direct a movie about this last step of his life. At least, he described our sins and contradictions. Are any real artist, he put nothing but a mirror in front of our noses, and we react by saying he/she uses strange and cool (so: false) special effects. Truth needs a make up, needs a mask. At least, a genius is always autobiographical of him/herself and of his epoch. We need him, sober or not.

Il Papa dei sogni

Due volte sole nella mia vita mi è capitato di sognare il Papa. La prima è stata tanti anni fa, quando forse ormai vivevo di già a Roma. Sognai che in modo molto svogliato entravo in qualche sala del Vaticano guardato male e guardando male i vari guardiani della Curia vestiti con tuniche le cui gerarchie non decifravo. Ero praticamente obbligato per qualche motivo a vedere Wojtyła. Appena lo vidi mi rinvigorivo, quasi mi impettivo, e di colpo trovo tutte le motivazioni del mondo per affrontarlo: gli punto il dito come lui fece in un aeroporto dell’America Latina contro un prete vicino alla Teoria della Liberazione e inizio una romanzina analoga a quella che lui gli fece. Una nemesi, per non chiamarla vendetta. Me la prendo per la storia dei preservativi, di quella del balcone con Pinochet, per il bigottismo, per il tradimento del Concilio Vaticano II, per Radio Maria e per non essere come il Cardinal Martini. Per essere stato uno che appena eletto benedisse tutti quelli nati in quel giorno, io non gli fui molto riconoscente. Sì perché io nacqui a Careggi, l’ospedale di Firenze, mentre veniva eletto, e le infermiere ostretriche pare ne fossero molto contente e commosse ascoltando una radio dentro la sala operatoria. La leggenda vuole che la mia mamma si augurasse che non lo facessero subito fuori come il povero Giovanni Paolo Luciani. Quando di Wojtyła vi furono i funerali io li vidi alla CNN da un albergo di Mestre. Invidiai chi poteva credere che il vento che sfogliava il Vangelo non fosse un evento fisico dovuto al caso e alla necessità. Vivevo a Roma ma non ci sarei andato se non fossi stato in trasferta.

La seconda volta che sognai il Papa è stato poco tempo fa. Dopo essermi particolarmente dilettato con la scelta del “cui sibi nomen imposuit…” dopo Benedetto XVI, per il quale ho una simpatia uguale e contraria alla sua non sufficiente analisi del fenomeno nazista, mi chiedevo non tanto chi (ma chi li conosce i cardinali papabili?), ma quale nome avrebbe scelto. Speravo non fosse Giovanni Paolo III, per il resto mi accontentavo. Facevo il tifo per Leone, per la cronaca. Già mi immaginavo Il Manifesto che titolava “Il Papa Felino” o il “Papa ruggente dopo il Pastore tedesco”. Il nome di “Francesco” mi stupì enormemente, anche se – con la solita supponenza da intellettuale mancato – non ero in piazza San Pietro. Quella notte lo sognai, Bergoglio. Mi avvicinavo a lui, ero pronto a parlargli un po’ in spagnolo con lacune analoghe al suo italiano, per metterlo a suo agio. Poi lo sguardo, il sorriso reciproco, l’intesa, la comunicazione profonda dell’uomo non solo giusto, ma anche colto e “di mondo”. Un gesuita Pontifex mi ha generato una voglia nuova di ricerca.

Oggi ascolto Francesco al Parlamento Europeo e mi rendo conto che lui – al netto di qualche grezza pretata tipo il “bambino ucciso prima di nascere” (come fai a chiamare pulcino un uovo? È come chiamare bistecca una mucca vivente) pagata all’ala conservatrice e bigotta che una religione di massa non può non avere al suo interno – è un uomo che sa leggere l’attuale. È vero che il rifarsi assiduo a Jacques Maritain è un riferimento cattolico, ma è un riferimento che parla della modernità, della laicità da persona moderna che vive in una società secolarizzata. È la dimostrazione che la secolarizzazione non è necessariamente la distruzione del pensiero teologico, anzi ne può essere una nuova tappa. Costituisce il porsi più avanti del pensiero marxista dopo l’introflessione autolesionista dell’ultimo Gregorio e di Pio IX.

Il riferimento all’umanesimo è di fatto la presa d’atto che l’Europa non è meramente fatta di radici giudaico-cristiane (quale faciloneria!), ma è costituita dal dialogo, anche dal conflitto e dalle guerre. È dialettica, e in questo è creata anche prima del Cristianesimo attraverso la cultura Greca prima, e dello Ius romano poi. La stessa dialettica che pone gli artisti del Rinascimento a discettare di teologia con i vescovi-mecenati, che porta alla raffinatezza del pensiero e delle arti attraverso la necessità di contrapporsi all’antagonista. La contrapposizione per avere la meglio gemma un opus che sarà, poi, frutto intellettuale comune. L’umanesimo, che tutto è tranne ateismo, bensì Cristianesimo aperto, cosmopolita, aperto e famelico di classici, è in simbiosi con la laicità che della religione non dovrebbe avere paura. L’umanisimo è ricerca, non importa se della Parola rivelata (il Cristianesimo) o delle Leggi della natura (il pensiero Illuminista o Marxista). L’umanesimo ci identifica nella nostra babele di lingue, nazioni, religioni, squadre per le quali fare il tifo il mercoledì di Champions.

In questo quadro Bergoglio affonda colpi chiari e inequivocabili sulle perversioni dell’oggi: l’individualismo, il confondere il diritto dell’individuo con l’assoluto del bastare a se stessi che altro non è che l’egoismo sorretto da princìpi fallaci. In questo spazio semantico e di posizione politica, se ci spogliamo dalle facili vesti ideologiche ateiste, agnosticiste, papaliste o antipapiste (dalle mie parti un tempo andava forte la contrapposizione Guelfi e Ghibellini: bei tempi quelli, mica come oggi), troviamo tutto il margine per coniugare le ragioni di chi spinge per l’uso delle biotecnologie e chi ne è orribilato, per chi è a favore delle nuove forme di famiglia, e chi vaneggia la salvaguardia di una tradizione che in realtà non è mai stata immutabile nel tempo. In fondo i diritti, per quanto poggiati sulla figura illuministica “dell’uomo” (adulto, bianco, magari soprattutto maschio…), sono sempre diritti sociali. In questo senso si declinano nel tempo e riguardano le relazioni fra le persone. Voi non lo vedete questo spazio? Io sì. Il Papa fa il suo lavoro ma è evidente che vuole far vedere questo spazio. È un gesuita, mica un bischero qualsiasi. Lui vede benissimo la coniugazione fra teologia e ingegneria, fra teoria e prassi, tra fede e ragione.

Bergoglio parla della solitudine e dell’oblio come mali che ci affliggono e ci rendono privi di ragione e ci allontanano da Dio. Anche di quando si parla a Suo nome nella versione dell’oblio che chiamiamo oggi integralismo e terrorismo.

Ho sentito parole sulla dignità come diritti, sui diritti come dignità che scivolano come miele in una gola arsa da fumi tossici, dal freddo e dall’incuria del non volersi bene. Un appello al lavoro. Il lavoro [il lavoratore] lo unge di dignità.

Risvegliatomi dal sogno ascoltato nel mio preferito dialetto moderno del latino, ma con accento argentino, mi trovo ancora lontano dall’Europa Unita dei miei sogni e mi domando: ma a Strasburgo a che punto è il pensiero oggi?

The Great Leap Forward into the Nightmare (Tombstone [墓碑] by Yang Jisheng [杨继绳])

It happened to me to tell about “the great Chinese famine” to people who, may be, believed I was studying Mandarin with some Buddhist or Exotic passion (as a rejection or depreciation of one’s Western culture). You know, sometimes you say something not very comfortable about an issue in order to let the discussant realize you are not necessarily in charm with what you are studying. On the contrary, you desire to state that yours is an effort to study sine ira ac … studio. Well, when I used to say that cannibalism happened in late 50s, that sons and daughters were exchanged by parents in towns and villages in order to postpone the death due to starvation, I was not believed, even though famine was known. Truth is much worse. Mothers had to select whom among the sons to let survive, when parents didn’t cook sons directly (mind that not buried corpses all around didn’t miss in many places…). The reader of this well documented book may list a number of horrifying details and numbers which I skip.

There are no doubts: Chinese establishment still now is underestimating the biggest famine of human history in terms of absolute numbers. About 36 million people died; millions of children never came to the world due to the famine. What is more, the famine was the result of communist policies, not of weather conditions or wars. They created a disaster by themselves in the pathetic need to appear better than western world and other communist countries. Undoubtedly, Mao’s China reflects nothing but Mao’s and China’s inferiority complex toward the developed and industrialized western world that outclassed them. To call an agrarian policy “Sputnik” sounds comic, for instance. His cigarettes and privileged western food are a manifest demonstration of this rejection of tradition. In fact the contradiction between the Chinese tradition and western modernity was without solution. In late 50s this was translated into policies aimed at destroy traditional agrarian economy into a technological agrarian economy whose connection with basic science was totally absent. All was a matter of power, all was a matter of management of the party.

It was probably impossible to give rapidly a place for China in the post WWII world (for instance before WWII the Chinese GDP was higher than Italian one; China overcame Italy again only few years ago). Probably the only way to exit this very short period of inferiority toward the West (which begun in its seed in my opinion with the liberalization of porcelain production to boost commerce with Europe, but this would be a different post…) was to plunge oneself into a real nightmare to aftermath dive back into normality (which is domination for a country like China). The “rash advance” [冒进] motto worked very well. But it produced a great leap toward disaster.

The efforts by politics to hide the truth can only appear disgusting to a western citizen. But its study unfolds political sciences’ lessons: can a not democratic regime avoid self-destruction? Apparently no. In substance “communist” China actually shows the contrary. Chinese communism didn’t imploded so far, just changed the mode to be Chinese: from “the three red banners” [三面红旗], only the “Communism Wind” demised. Pragmatism remained along with the privileges and the corruption of the cadre system, which everybody knows but whose actual relevance and current consequences in very unequal society are still to be published in a book like this. Pragmatism and cynicism [使用的做法?], along with the eternal institution of the Emperor (a sole man at the lead) seem to be the actual everlasting traits of China.

My point of view is that this plain journalistic truth is interesting to understand how a system of power ought to be managed. To this regard, 毛同志was a rational “political animal” committed to the purpose of leading regardless anything else, with some wise moves worthy of appreciation for his cleverness and Machiavelliansim. One case lit my attention upon this: the “responsibility field”. They were basically a step back from pure communism to let peasants produce more to avoid the total collapse. This successful limited policy was not endorsed so much from Mao. He scared accuses to be not so leftist and at the same time needed empirical tests in social engineering. But at the same time as one person of the party (comrade Deng Zihiu [邓子恢]) highlighted publicly the advantages and sponsored this “experiment”, he was dismissed. Economic success was not so important like the conservation of power within the “红色的禁城”, the “Red Forbidden City”, the Party-State.

Having said that, I now can give more substance to one of the first lessons I got from Mrs.李, my first Chinese teacher at the 罗马大学的孔子学院: the shop in one of the first lessons has plenty of things. This meant that my 同学 and me were expected to learn a lot of new terms. Apart pedagogy, now I realize that there was a deep need to show that China was no (more) in a 3rd 4th world situation. She was happy to describe this sensation of plenty of little commodities, as far as I remember. She knew in her heart what Maoism was in reality. Less than a misery. Less then desperation. Less then resignation. Less than oblivion. Neither to flee in the wood were viable (trees were cut down to try to make steel… ineffectively, of course), nor to eat not edible wild grass or roots were possible. To collect corpses was condemned (unless the cadres could eat that flesh while condemning the guilty), but to have a private fireplace in one’s home was even less tolerated. In compensation, communist cadres were allowed to do everything, including to summon the cutest girls in the common kitchen not to cook (there wasn’t any more that much for peasants), but to rape them.

So, what is China today without a real and just historical narration of truth? What is the concept of history in Chinese culture? Something that is worthy to be changed at will according to current political needs? My visit in 2012 of the 历史博物馆 by the famous 天安门广场 suggests just this. If it is true that to control history is to control the present politically, and that museums are scientific elaborations, this point need more investigation.

Roots (Radici)

Nel mio soggiorno di Firenze per anni la libreria constava della stessa mole di libri. Ai miei occhi di bambino era una quantità inesplorabile e inarrivabile, una vetta irraggiungibile come irraggiungibile era lo scaffale più alto dove non sarei giunto neanche con l’aiuto di una seggiola. Una vita non sarebbe bastata a leggere tutto e il tempo che gli adulti avevano riposto nel leggere tutto (loro certo che lo avevano fatto) era impensabile. Di queste costole rigide colorate che imponevano il peso del Sapere contro un bambino che nulla sa, soltanto una piccola parte era riservata a me in quanto bambino: quella sui cartoni e i disegni. Accessibile per altezza e per quantità ridotta di lettere, di testo, rispetto alla dimensione della pagina di carta. Inoltre c’era anche una parte che non era immobile e quindi era fruibile: quella degli almanacchi sportivi, a cui io potevo compendiare con l’aggiornamento di anno in anno dell’album delle figurine Panini del campionato di calcio di serie A (cos’altro?). La parte più impressionante e intoccabile, e pertanto anche la meno letta in ottemperanza a un profondo timor di Dio, e che doveva avere un mero ruolo estetico e di arredamento, erano i volumi enciclopedici, soprattutto quelli botanici. L’enciclopedia è sacra, è immobile, è come un diamante: è per sempre e soprattutto è stata comprata con grandi sacrifici. Del resto perché leggere delle enciclopedie botaniche se il tuo babbo conosce tutti i nomi in latino delle piante e oralmente ti può dispensare tutto mentre te giochi con le macchinine? Stessa cosa con le enciclopedie del cucito: che le leggi a fare se tanto le tue nonne lo sanno già fare. E a che serve se la tua mamma mai cucirà grazie alle conquiste femminili che la portavano a usare il tempo guadagnato a poltrire davanti a Rete4? Insomma, la libreria era il tempio della negazione della lettura.

Con l’adolescenza cambiò il soggiorno, avvenuto nel 1992. La data è facilmente ricordabile perché con la libreria cambiò il televisore da Telefunken a colori 12 canali comprato nel 1978 per seguire i Mondiali di Argentina, a uno con telecomando e fino a 50 canali, giusto in tempo per le Olimpiadi del 1992. Con l’adolescenza arrivarono i compiti a casa relativi a leggere libri: uno sforzo titanico, da maratoneti. Le imprese provocarono anche la curiosità di verificare che cosa la libreria avesse. A parte pochissime cose, fra cui anche un libro su Fantozzi (prima del film fu libro?! O viceversa?), scoprii che venivo da una famiglia culturalmente povera, nonostante la libreria fosse stata conservata alla perfezione nel corso degli anni, con variazioni minime, complice l’annullamento della necessità di spolverare dovuto all’introduzione delle nuove vetrine (quelle vecchie una volta collassarono senza motivo su mio fratello rimasto incredibilmente illeso nonostante il fracasso; fui subito incolpato, ma anche prosciolto per non aver potuto compiere il fatto, dato che stavo in un’altra stanza il quel momento). In cambio c’era una certa vivacità di VHS: Walt Disney a gogo per non farci mancare la produzione di un filo-nazista ritenuto più educativo e sano di uno snack con «+ latte e – cacao», ma anche molto basket NBA. Quegli afro-americani, e quel Larry Bird, il “vero nero fra i neri del campino”, l’underdog che vince, erano tutto ciò che di culturale avevo bisogno, oltre al Tenente Colombo e poco altro.

Soltanto dopo che ho lasciato l’Italia, e sentiti i primi morsi veri della fame da biblioteche in lingua Italiana (dopo l’adolescenza, a ritmi diversi, mi sono posizionato su una media di 50 libri all’anno (da 0 a 100+ a seconda se fai l’assistente universitario o meno, rispettivamente), mi è vunuto in mente che c’era un libro che meritava di essere letto e che poteva essere estratto dalla libreria che tanto nessuno se ne sarebbe più accorto: Radici. Nel frattempo ricordai con una punta abbondamente di supponenza il personaggio mitico di Kuntakinte ai tempi di una canzonetta che la mia istruzione divenuta superiore mi imponeva di etichettare come “mainstream” (= “versione da popolino di un tema che andrebbe trattato con l’opportuna seriosità da intellettualoide sinistroide e sinistrato, possibilmente radical chic ma anche no, ma comunque sociologo”). Io da Roma potevo dire che avevo il libro a Firenze… In fondo ero cresciuto?

Radici capeggiava a mezz’altezza in un reparto extra-botanica, ma poteva essere benissimo confuso con esso dal titolo. Mi immagino che chi l’ha comprato l’avrà preso per permettere al mio babbo di approfondire il tema. O magari lo comprò lui pensando ai tuberi, tutto può essere. Però una cosa circa una superiorità della tradizione orale del Malì e di casa Marini la devo dire: il mio babbo, quando uscì la serie su Rete4, sapeva benissimo chi fosse Kuntakinte, e mi diceva fiero che “se ne aveva addirittura il libro in casa” (= “possiamo dirci molto onorati di partecipare in qualche modo a un fenomeno che è talmente importante da andare in televisione, anche se non lo osiamo leggere. Comunque è pur sempre estremamente meno rispetto a conoscere dal vivo un personaggio televisivo o, cerchio Dantesco ancora più vicino a Dio, andare noi stessi in televisione”. Su quest ultimo punto v’è da dire che il mio babbo conosceva personalmente Giovanni Galli, campionedelmondodellottatadue oltre che scudettato col Milan nell’88, l’unico serio e rispettabile a essere candidato a sindaco di Firenze. Se non fosse stato che era il candidato di Berlusconi… vorranno far vincere per forza quello giovane sconosciuto che viene dalla Margherita per conti interni al PD, dissi io al mio babbo. Magari in Toscana ne hanno pochi di cattolici di sinistra. Ma questa è un’altra storia, direbbe Carlo Lucarelli).

Ho preso Radici e me lo sono portato dove vivo adesso, nell’Altrove, fuori dall’Italia ma soprattutto veramente lontano da Firenze (ogni posto è uguale, quando tradisci le tue radici e te ne vai) e ho cominciato a leggere sapendo che avrei conosciuto Kuntakinte, il quale ho scoperto avevere anche un cognome: Kinte. Si scriveva staccato. Vabbe, io mica potevo perdere tempo a leggere i titoli delle canzoni. La cosa che più mi ha colpito del libro è che mano a mano che scorreva veloce non sapevo che cosa aspettarmi su come sarebbe andato a finire. Che cosa sarebbe successo a Kunta Kinte all’ultima pagina? Sarebbe diventato libero? Invece a un certo punto Kunta Kinte scompare e sono i suoi discendenti a continuare a vivere nel libro. Kunta Kinte scompare strappato ai suoi familiari. Il vincolo familiare viene staccato come il piede dal resto del suo corpo quando gli fu amputata con un colpo secco reo di essere scappato. Con un colpo secco tutto scompare e l’uomo nero, lo schiavo, viene espiantato dalla possibilità di avere una memoria, fosse anche cristiana e remissiva nei confronti del padrone. Il fermento della terra dal nome del concittadino Vespucci, con la sua genesi dovuta ai diversi cristianesimi in conflitto procedeva tumultuosamente e inelegantemente con altre difficili coesistenze fra cristiani diversi, malgrado tutti cristiani non cattolici: presbiteriani schiavisti contro quaqqueri antischiavisti, per esempio. Il tratteggio semplice dei personaggi, fatto di documenti storici e rammenti con alcune licenze personali, fanno emergere un desiderio genuino dell’autore di fare la pace con la sua terra: non solo e non tanto il Gambia (che non era più la sua terra), quanto gli USA, la nazione dei massoni nel continente dei gesuiti fatta da Stati di massoni, a cui noi a Firenze dedichiamo il vialone delle Cascine fino all’Isolotto e ci facciamo il mercato. L’autore, un nero effettivamente discendente di Kunta Kinte, non era più tanto nero quanto gli odierni discendenti (i bianchi non disdegnavano compendiare la dieta bianca con giovani nere di propria proprietà… ). L’autore, Alex Haley, non era nemmeno un bianco serio e adulto che a luce di candela scriveva in uno studio arredato in legno caldo una storia per il suo diletto da illuminato che deve sciacquarsi la coscienza in Arno (in Arno io non ci sciasquerei neanche il lercio più lercio, ma fa sempre chic). Halay, a ben vedere, ha anche plagiato il lavoro da un altro romanzo simile: The African. Diciamo che è colpa delle carenze che ha avuto nelle generazioni precedenti. Rimborsiamo l’autore originario Harold Courlander, un bianco, e non togliamo molto a Radici per compensare un po’ le ingiustizie del passato.

Ad ogni modo, la scomparsa di Kunta Kinte dal libro lascia spazio al suo grido disperato di dolore nel perdere il contatto per sempre con la figlia Kizzy. È un momento che mi fa riflettere sulla sofferenza di un popolo (tanto i neri quanto i bianchi o altre minoranze, sono un popolo sì, e tutto intero) senza memoria e senza rispetto per i vecchi, un popolo poderoso in cui conta solo l’oggi e il futuro come possibilità di avere un altro oggi, possibilmente all’infinito. Kunta Kinte distrugge il contenitore con i sassolini con i quali contava le lune e quindi la sua età e gli anni che passavano: tutti i suoi sforzi di trovare un senso alla deportazione oltre il grande mare dalla patria del Gambia furono distrutti perché ogni sua buona azione per vivere, per quanto in schiavitù, gli fu negata. Distrutti per sempre. Lo sradicamento non era una volta per sempre, era un recidere reiterato.

Più tardi, nel libro, i suoi discendenti si chiedono che fine avesse fatto Kunta Kinte e sua moglie. Con la curiosità leggera che si riserva al parente lontano, Kunta Kinte e Belly dovevano essere già morti. Vissero senza essere scritti, descritti o ricordati quando erano ancora in vita perché così successe e succedeva: i padri e le madri figliavano proprietà di un certo valore e l’interesse dell’economia agraria, e i conseguenti rischi che i padroni si accollavano, erano più importanti dei piagnistei dei “negri” ogniqualvolta venivano separati. Se la domande è “se questo un uomo” la risposta è semplice: no. L’oblio distrugge l’uomo, lo annulla. Lo rende alla mercé altrui, lo rende un morto che cammina, respira e mangia, ma non ha voce né anima.

Radici fu stampato in Italiano nell’edizione che ho nell’Ottobre del 1978, il mese e l’anno in cui sono nato. Mi piace pensare che sia stato il mio primo libro che ho ricevuto per regalo. Chiedo scusa per il ritardo di 36 piogge nell’averlo letto.